Nel Documento Programmatico di Bilancio 2020 è richiamata la plastic tax. Questa tassa, del valore di 1 Euro al KG, rischia di mettere in crisi l’intero settore della produzione, che occupa circa 50.000 lavoratori. Di seguito riportiamo le criticità individuate da Confindustria e trasmesse al Ministro Roberto Gualtieri dal nostro Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.

Plastic Tax – Criticità
Confindustria esprime forte contrarietà in merito all’introduzione di una tassa sugli
imballaggi in plastica prevista dal Documento Programmatico di Bilancio 2020.
La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i
comportamenti, e rappresenta unicamente un’imposizione diretta a
recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori
e imprese.

Confindustria è fermamente convinta che uno dei principali driver su cui puntare
per realizzare un vero sviluppo sostenibile sia il completamento della transizione
verso il modello economico circolare e non i divieti o la tassazione di
materiali. I rifiuti costituiscono una enorme riserva di risorse che, se
opportunamente gestita e valorizzata, può garantire un approvvigionamento
sostenibile e continuo negli anni di materiali ed energia. L’industria italiana ha
investito da tempo nell’economia circolare guadagnandosi la leadership europea,
attraverso:

 minor utilizzo delle materie prime;
 maggiore efficienza nei processi produttivi;
 meno rifiuti e una positiva percezione da parte del mercato e dei consumatori.

La plastic tax andrebbe a punire un’industria che sta facendo grandi sforzi nella
direzione della sostenibilità drenando peraltro importanti risorse per investimenti
per innovazioni. Dal punto di vista tecnologico, il settore ha già investito e continua
a investire e oggi è la seconda industria in Europa, con rilevanti implicazioni
occupazionali. In particolare, il settore vede la presenza di poco meno di tremila
aziende, contando sia i trasformatori che le aziende di seconda lavorazione.
Il fatturato sviluppato nel 2018 è prossimo ai 12 miliardi di Euro, in crescita del
+1,2% rispetto all’anno precedente. Sotto il profilo dei volumi, il 2018 ha registrato
un andamento piatto, pari a 3,11 milioni di tonnellate, determinato dalla flessione
dell’impiego di polimeri vergini bilanciata da un incremento dell’impiego di riciclati
(aggregato pre- e post-consumo), che hanno vissuto una crescita di oltre il +6%
rispetto all’anno precedente.

Al momento, peraltro, la plastica non è comunque sostituibile in numerosi
mercati e prodotti, confermandosi la migliore soluzione per l‘ambiente.
Più in dettaglio, la plastic tax colpirebbe un materiale ritenendo che la riduzione
della messa in consumo possa contribuire a risolvere le difficoltà connesse alla
corretta gestione del fine vita, senza comprendere che tali difficoltà continueranno
a permanere finché non si affronteranno le condizioni di contorno, legate a un
quadro di riferimento normativo/autorizzativo e di dotazione impiantistica
assolutamente insufficiente per un Paese che ha l’ambizione di restare leader in
Europa nell’economia circolare.

La misura rischia di mettere in ginocchio il sistema dei consorzi per la gestione e il
riciclo degli imballaggi (CONAI), che da più di vent’anni ha consentito al nostro
Paese di essere leader nell’economia circolare e di raggiungere tutti gli obiettivi
europei per il riciclo.

Le imprese del settore già oggi pagano il contributo ambientale CONAI per la
raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di
euro all’anno, dei quali 350 vengono versati ai Comuni per garantire la raccolta
differenziata. Peraltro, il CONAI ha effettuato una modulazione di contributo sulla
qualità del materiale messo in commercio: maggiore è la riciclabilità e la qualità
del materiale che finisce nella raccolta urbana, minore sarà il contributo
richiesto alle imprese per garantire la corretta gestione del fine vita.

L’introduzione di una “tassa sulla plastica” equivarrebbe, quindi, a una sorta
di doppia imposizione e – come tale – sarebbe ingiustificata sia sotto il profilo
ambientale che economico- sociale e colpirebbe anche i prodotti di imballaggio
contenenti materiale riciclato.

La plastic tax rischia di mettere in crisi l’intero settore della produzione, che occupa
circa 50.000 lavoratori. Sul punto basta considerare il fatto che oggi 1 KG di
plastica (come materiale in input dei processi produttivi) ha un costo medio di 0,90
Euro, al quale va aggiunto il valore medio in € del CAC (contributo ambientale
CONAI) al kg pari 0,33, per un totale di 1,2 euro al KG. A questo ammontare
andrebbe sommata la plastic tax del valore di 1 Euro al KG che farebbe lievitare
del doppio il costo (2,20 euro al KG), il tutto da maggiorare di IVA. In altri termini,
la tassazione determinerebbe un aumento del 110 per cento del costo per
l’intera filiera della plastica.

Ma gli effetti negativi dell’imposta si determinerebbero, altresì, anche per il settore
chimico e per i settori industriali utilizzatori di imballaggi, pensiamo a tutto il
comparto alimentare e delle bevande, della cosmetica e dell’igiene per fare un
esempio.

La tassa determinerebbe infatti un aumento medio pari al 10% del prezzo di
prodotti di larghissimo consumo contribuendo a indebolire ulteriormente la
domanda interna con evidenti ripercussioni negative per tutti i settori indicati. In
alcuni casi, come quello delle acque minerali, l’aumento può arrivare fino al
50-60% del prezzo al consumo sui primi prezzi, a causa del basso valore
aggiunto del prodotto. Inoltre, molte imprese esportano quantitativi elevati di
prodotti imballati. Se tale tassa venisse applicata anche in tale ambito e con l’entità
ipotizzata, le imprese italiane avrebbero un aumento dei costi tale da non riuscire
più a competere sui mercati internazionali, favorendo fenomeni di delocalizzazione
delle aziende che operano in Italia. Stessa situazione varrebbe se tale imposta non
venisse applicata alle importazioni.

L’impatto sulla spesa delle famiglie è stimabile in circa 109 euro annui. A
legislazione vigente, le imposte indirette (IVA e accise) già gravano in misura
maggiore sulle famiglie a più basso reddito (18% del reddito disponibile, contro il
12% delle famiglie più ricche); lʼintroduzione della plastic tax andrebbe quindi a
peggiorare ulteriormente tale incidenza.