29 Nov 2021

Di seguito il testo integrale dell’intervento del Presidente di Confindustria Firenze Maurizio Bigazzi a “Il Futuro è Insieme”, assemblea pubblica 2021 di Confindustria Firenze che si è tenuta alla Fortezza Da Basso il 19 novembre 2021.

assemblea 2021 plateaSignor Commissario, Autorità,

Signor Presidente della Regione, Signor Sindaco,

carissimo Carlo,

care colleghe e colleghi,

Il futuro è insieme!

Non è uno slogan; una parola d’ordine che dura lo spazio di una assemblea.

Progettare insieme, realizzare insieme, investire insieme, rischiare insieme sono gli imperativi di chi ha capito la lezione della crisi. Ma soprattutto di chi ha intuìto le opportunità della ripresa.

Le difficoltà di questi mesi sono state extra-ordinarie. Hanno rimesso in discussione modelli di sviluppo, modelli sociali, sistema delle relazioni.

È stata la guerra della nostra epoca. Una guerra “mondiale” per dimensioni ed entità dei danni. Accompagnata da tensioni crescenti e da concreti pericoli di disgregazione sociale.

Una guerra – purtroppo – non ancora vinta.

La crescita esponenziale dei contagi ci preoccupa e ci porta a ribadire che, di fronte a un nemico come il virus, non si può abbassare la guardia. Altro che no-vax!

Al Presidente Giani ribadisco che le imprese di Confindustria sono pronte – come nei mesi passati – a fare la propria parte; sia sul fronte della sicurezza sui luoghi di lavoro, sia su quello degli hub vaccinali in azienda, a partire dalle sedi di Confindustria sul territorio.

Dobbiamo scongiurare con ogni mezzo la catastrofe di nuove emergenze, soprattutto adesso, nella fase – delicatissima – della ricostruzione.

Sia chiaro: il nostro desiderio di ripartenza è più forte del Covid, perché è scritto nel nostro codice genetico; e la fiducia è un asset economico fondamentale.

Ne usciremo. E ne usciremo tanto più efficacemente, quanto più sapremo valorizzare le energie collettive, la coesione, lo spirito di squadra, che sono le vere anime della ricostruzione.

Mettendo in campo una grande “alleanza per fare”; fare con tempi industriali.

La stagione delle rivendicazioni, delle polemiche retrospettive, delle litanie sui ritardi e sulle cose non realizzate è finita con la crisi. Ora è il momento di guardare avanti e di condividere l’urgenza di una discontinuità radicale. Bisogna tradurre l’emergenza in azioni, perché la posta in gioco è alta, anche per Firenze.

Abbiamo di fronte un passaggio storico, che è anche un bivio: o si cambia; o avremo perso la più grande occasione di rigenerazione mai avuta nella storia recente.

L’occasione per riportare la nostra economia metropolitana, la nostra Regione, il nostro Paese su un cammino di sviluppo finalmente all’altezza delle nostre potenzialità e dei nostri bisogni.

Firenze, la Toscana, l’Italia devono ripartire come sistema.

Per questo siamo onorati di avere con noi i rappresentanti di tutta la filiera istituzionale. Vorremmo fare il punto sugli impegni e condividere le agende con chi ha l’autorità e la responsabilità per decidere.

Le imprese di questo territorio intendono fare la propria parte; e accettano la sfida – morale e civile – di impegnarsi per una ripresa sostenuta, inclusiva e giusta. Sapendo che la prima regola della ricostruzione non è la spartizione delle convenienze, ma il terreno delle rinunce, uscendo dalla visione ristretta degli egoismi e dei corporativismi.

Per questo – e vado subito al concreto – vogliamo proporre a livello metropolitano quel Patto per il rilancio economico, sociale e produttivo che il presidente Bonomi ha promosso a livello nazionale. Un Next Generation Florence che parta da un obiettivo di sviluppo condiviso fra le Istituzioni e le forze economiche e sociali metropolitane. E individui le azioni da portare avanti, assumendosene – pro-quota – responsabilità e rischi. 

Come dicevo, è il momento di fare; e di fare in fretta.

Quello che realizzeremo nei prossimi tre anni, dovrà condizionare i prossimi trenta.

Ecco perché l’orizzonte di riferimento è FIRENZE 2050. E l’obiettivo deve essere la “crescita felice” del territorio; un obiettivo corredato da tempi di attuazione e dalla ricaduta economica delle scelte. Un Patto che va inserito nella cornice più ampia del Patto per la Toscana che – insieme ai colleghi delle altre territoriali toscane – ho proposto al Presidente Giani. E di cui abbiamo già parlato con i sindacati regionali.

Per il sistema Firenze è urgente tornare ai livelli pre-Covid. Ma non sarà sufficiente. Perché siamo entrati nella crisi dopo un lungo periodo di stagnazione.

È dal 2006 che il nostro PIL non va oltre l’1%. Tornare alla crescita bassa pre-crisi non basterebbe al nostro profilo demografico e ai bisogni sociali di una popolazione che è fra le più anziane del paese. Non basterebbe a recuperare posti di lavoro e a crearne di nuovi. Non basterebbe ai progetti di vita dei giovani che continuano ad abbandonare il nostro territorio.

 Bisogna, dunque, accelerare le dinamiche del PIL metropolitano. E per questo ci vuole il coraggio della discontinuità, anche in azienda; ci vogliono visione e ambizione. Occorre la volontà di fare le cose insieme.

Se il momento è straordinario, sono straordinarie anche le risorse messe a disposizione di chi vuole davvero cambiare e aggiornare il proprio modello di sviluppo: dal PNRR ai Fondi strutturali.

Parliamo di una cifra che – attualizzata – equivale a tre Piani Marshall; ma che chiede, in cambio, rapidità nelle progettazioni ed efficacia nelle realizzazioni.

Abbiamo ben presenti le sei missioni del PNRR.

Già nei mesi scorsi, con le Istituzioni e le forze sociali ci siamo confrontati su un documento per il rilancio del lavoro e dell’economia. Riprendiamo quel percorso, alla luce delle sfide sempre nuove che abbiamo di fronte; e dei tempi che sono davvero stretti, perché i cantieri vanno aperti…ieri!

È un percorso che – almeno per noi – non può prescindere da quattro leve che sono altrettanti moltiplicatori di PIL: il capitale umano, la rigenerazione, la reindustrializzazione, la sostenibilità.

La ripresa di Firenze marcia oltre il 7%.

Un dato rilevante, da leggere con orgoglio: perché la ripartenza del sistema economico metropolitano e la sua tenuta si devono quasi integralmente alla manifattura e al nostro export.

Quella manifattura che, già nei primi due trimestri di quest’anno, aveva compensato le perdite subite nella fase critica della pandemia.

Il +7,4% del primo trimestre e il +28,2% del secondo trimestre 2021 ci hanno permesso di recuperare il dislivello con il periodo pre-Covid.

E l’export si è confermato un forte traino per la nostra economia.

Nel secondo trimestre di quest’anno il commercio estero fiorentino è cresciuto del 40% rispetto al 2020, portando il valore delle nostre esportazioni a 8,7 miliardi. Una performance migliore del 6,4% addirittura rispetto al 2019.

Di gran lunga peggiore, purtroppo, il dato dell’industria turistica, che nel 2020 ha perso il 79% delle presenze. Numeri che – solo negli ultimi mesi – stanno migliorando: in estate abbiamo toccato 1.255.000 presenze.

Ho segnalato l’industria turistica perché do atto ai colleghi del settore di una grande capacità di resistenza. Molti di loro sono qui stamani: hanno continuato a investire nelle loro aziende, nonostante le chiusure imposte dalla pandemia. La migliore risposta a chi liquida superficialmente come “rendita” un settore che, invece, concorre al benessere della nostra economia.

In sintesi: le nostre imprese hanno reagito. Abbiamo mantenuto intatte le nostre filiere; e siamo rimasti in partita. Ma la vera sfida non è il rimbalzo congiunturale! È il tasso di crescita strutturale dal 2023 in avanti. Soltanto una crescita solida e duratura – e di orizzonte almeno decennale – potrà rendere sostenibile il debito pubblico accumulato. E qui bisogna fare i conti con tutti quei fattori – congiunturali e strutturali – che rischiano di condizionare la ripresa o, addirittura, di comprometterla.

Fra i primi segnalo la corsa sfrenata dei prezzi dell’energia; segnalo il rialzo delle materie prime e il loro approvvigionamento; segnalo la disponibilità di semilavorati e componentistica che sta bloccando interi settori-chiave della nostra industria.

Raccomando al Commissario Gentiloni e ai nostri parlamentari di tenere altissima l’attenzione su questi temi perché stanno già avendo ripercussioni enormi sui costi operativi e sui margini delle nostre imprese; e ne stanno minacciando addirittura la sopravvivenza.

Così come chiedo al Ministro Giovannini di intervenire urgentemente sulla modifica alla disciplina dei trasporti eccezionali, ripristinando la precedente normativa; si rischia, infatti, di provocare danni enormi all’industria e di bloccare la ripresa e gli investimenti nelle opere infrastrutturali.

E poi ci sono le zavorre competitive e i colli di bottiglia, che vanno rimossi una volta per tutte: dalla burocrazia, alle infrastrutture, materiali e immateriali, sui quali il PNRR diventa la nostra grande occasione. Li accennerò soltanto. Vorremmo discuterne già da domani, perché – terminato il doping degli incentivi – rischia di restare solo un ingentissimo debito da restituire.

Il primo moltiplicatore di PIL è il capitale umano, elemento indispensabile nella transizione del modello produttivo.

C’è un fattore-Firenze (che è un mix di cultura, tocco d’artista, saper fare) riconosciuto a livello globale. Ma va continuamente aggiornato, legandolo a un progetto di futuro.

La forza evocativa del nostro territorio va collegata ad una progettualità internazionale; e va messa in sintonia con le dinamiche della crescita globale.

Non sarà il nostro blasone; saranno le nostre competenze distintive, le nostre capacità contemporanee a decidere la qualità e la portata della nostra ripartenza.

Sarà quella “Firenze capitale mondiale del bello e ben fatto” che abbiamo portato all’Expo di Dubai lo scorso ottobre, insieme al Comune. Un evento che considero il simbolo della nostra ripartenza.

Un sistema produttivo in rapida trasformazione richiede competenze adeguatamente formate; e i numeri ci dicono che le imprese hanno  problemi a trovare le figure professionali necessarie; se non interveniamo con azioni mirate, lo skillshortage e il mismatch tra domanda e offerta di lavoro possono solo peggiorare, man mano che le transizioni industriali procedono. L’85% delle nostre imprese del settore moda dichiara – ad esempio – di avere difficoltà a reperire i profili necessari.

Per Confindustria è il tema cruciale della ripartenza.

Sembrerà una novità, ma non è così. Per questo chiediamo una collaborazione più stretta tra istituzioni, sistema scolastico e universitario, parti sociali ed economiche.

Sappiamo di avere una piena convergenza e disponibilità da parte della Rettrice Petrucci.

Partiamo, allora, dall’analisi dei fabbisogni del sistema produttivo per impostare un progetto condiviso per l’orientamento nelle scuole.

Potenziamo gli ITS orientati all’innovazione industriale: abbiamo casi di eccellenza, come il Prime, in cui la quasi totalità dei diplomati trova lavoro nel giro i pochi mesi. Ed è stato varato da poco un nuovo ITS digitale che ha visto il protagonismo delle nostre imprese ICT.

E puntiamo ad una solida partnership fra Università e sistema produttivo nella definizione dei programmi di studio e delle modalità concrete di trasferimento tecnologico.

Essenziali a questo riposizionamento della nostra economia metropolitana saranno anche le Scuole di Specializzazione – dalla Scuola di Scienze Aziendali e Tecnologie Industriali, alla neonata Accademia dell’Hôtellerie – sotto l’egida di una realtà leader a livello internazionale come Polimoda.

Formazione e istruzione sono gli ingredienti più importanti nella lotta alla povertà e alle disuguaglianze; i propulsori per far ripartire l’ascensore sociale.

Consentitemi un richiamo sui giovani.

A fare le spese della crisi sono stati soprattutto loro. Quei giovani che rappresentano appena il 20% della popolazione fiorentina, ma sui quali – se non facciamo bene le cose – si scaricheranno tutto il peso del debito e le conseguenze del mancato sviluppo. Facciamo in modo che Firenze torni un territorio attraente e attrattivo per i giovani, offrendo occasioni per valorizzarne il talento. È un tema ben presente nell’agenda del sindaco Nardella e su cui gli garantiamo il pieno appoggio.

Occorrono poi sia un sostegno alla formazione continua per la competitività delle imprese; sia politiche attive del lavoro condivise dalle parti sociali e in linea con i trend di mercato.

Una qualificazione adeguata e permanente del nostro capitale umano, oltre a rafforzare la competitività e la resilienza del sistema produttivo, è una polizza-vita per l’occupabilità e la ricollocazione dei lavoratori.

Poi c’è la rigenerazione del territorio.

L’impegno sulla Firenze del 2050 passa anche per i progetti di rigenerazione, perché i cambiamenti della città e del territorio metropolitano devono trovare una coerenza strategica con i cambiamenti sociali. Stadio, Granaio, Manifattura Tabacchi, nuova Mercafir, Sant’Orsola, Fortezza, Cascine sono alcuni dei capitoli del riposizionamento contemporaneo di Firenze; e stanno già dando il mood di una città contemporanea che può davvero candidarsi a capitale mondiale del talento.

 Segnalo il nuovo auditorium del teatro dell’Opera, che verrà inaugurato dal Presidente Mattarella che ho visitato di recente insieme al Soprintendente Pereira. Un nuovo tassello di quel rinascimento contemporaneo che non è manutenzione del passato, ma un ponte verso il futuro. Come segnalo – finalmente – la presenza di gru nell’area Fiat di viale Belfiore, al posto del laghetto artificiale che negli anni si era formato nella buca delle fondamenta.

Un laghetto che – per inciso – aveva già dato vita al suo bravo comitato di difesa

È una direzione di marcia giusta, che va comunicata e valorizzata; perché in questa città le cose stanno succedendo. E lo dico con orgoglio!  Come stanno succedendo nei comuni della città metropolitana.

La scelta stessa di tenere la nostra assemblea in questo luogo non è casuale, perché è uno dei simboli della rigenerazione necessaria a Firenze. Dove – accanto all’adeguamento necessario delle strutture – dobbiamo realizzare un driver di sviluppo per la città metropolitana.

Non dimentichiamo che il fatturato della Fiera non è paragonabile a quello degli altri competitors italiani, pur essendo un relais chateaux delle fiere e, dunque, con grandi potenzialità sia nei congressi, sia nelle fiere di nicchia, di cui può diventare un top player mondiale.

Sulla Fiera, basta parlare di potenzialità! Parliamo – invece – di futuro. Che passa anche da una sua gestione efficace e visionaria allo stesso tempo, che la doti di risorse finanziarie e di una crescente capacità attrattiva – anche in raccordo con i più importanti operatori del settore.

E la metta nelle condizioni di essere un motore di crescita per l’intera Toscana.

Attenzione, però: la rigenerazione che occorre al territorio non può essere ostaggio dei tempi e delle pastoie burocratiche. Non chiediamo il far west: amiamo troppo la qualità del nostro ambiente urbano e del nostro territorio! Ma non possiamo tollerare che gli investimenti, a partire da quelli produttivi, siano ostaggio di procedure e di tempistiche fuori da ogni logica.

Non a caso chiediamo di rifare – sì, rifare! – la legislazione urbanistica regionale, che fin da subito ha evidenziato criticità, tanto da comportare la necessità di intervenire con ben 19 modifiche.

Ripeto: non chiediamo la deregulation. Ma un sistema che dia certezze agli investimenti, costretti spesso ad anni di anticamera!

Teniamo molto al terzo moltiplicatore: la reindustrializzazione.

Il tema è fondamentale. E non riguarda solo gli industriali.

Abbiamo visto – numeri alla mano – che la crescita della nostra economia metropolitana negli ultimi mesi è dovuta quasi interamente al nostro zoccolo duro di economia reale: alla manifattura, alla fabbrica, all’opificio, grandi o piccoli che siano.

Ripeto: non ne faccio una questione di bandiera!

I colleghi delle altre associazioni di categoria, che saluto e ringrazio per la loro attenzione, sanno quanta importanza attribuiamo all’eccellenza artigianale, del turismo e dei servizi che questo territorio riesce ad esprimere. Ma proprio per questo è necessario un contesto capace di interfacciare il business delle imprese; perché fuori dai nostri cancelli spesso rischiamo di rimangiarci tutto il valore prodotto in azienda.

Per reindustrializzazione intendo, quindi, l’aumento del, tasso imprenditoriale di Firenze. Intendo un territorio più semplice, accogliente, capace di aggiungere valore a quello prodotto dalle imprese.

Vuol dire più attrattività di investimenti.

In Confindustria è attivo da dieci anni un Comitato che ha anche lo scopo di fare scouting per nuovi investimenti e di lavorare sul consolidamento e la crescita delle filiere di PMI che fanno da subfornitura. Da questo Comitato è nata una commissione in Confindustria Toscana che può collaborare con la Regione per progettare strategie e politiche di attrattività e di retention degli investitori.

Investitori veri, non speculatori!

 

E non penso solo al versante dell’impresa (dove ci sono eccellenze manifatturiere di livello internazionale – dalla pelletteria, alla meccanica, alla farmaceutica), ma anche su fronte dell’arte e del mecenatismo (dal Maggio, agli Uffizi, ai musei minori).

Siamo disponibili a collaborare alla costituzione di uno strumento che metta insieme istituzioni e mondo imprenditoriale. Che abbia come mission quella di trovare capitali disponibili ad investire qui.

Vuol dire più startup. E più capacità di intercettare settori nuovi.

Penso a Murate Idea Park o al Granaio. Ma penso anche alla cultura digitale.

Dove gli imprenditori del settore – che hanno le competenze adeguate – possano realizzare un centro nazionale di ricerca, sviluppo e formazione fra arte, cultura e tecnologie digitali, che consenta alla  nostra “bellezza” di essere apprezzata anche a distanza, e con tecnologie italiane.

Vuol dire un territorio più attrezzato per l’attività imprenditoriale.

Semplificare è un must per un territorio che voglia essere attrattivo e accogliente per le imprese. Esperienze già portate avanti – come l’Unione dei Comuni di Figline e Incisa o di Scarperia e San Piero – non possono restare isolate. Così come vanno rilanciate le esperienze come il Circondario Empolese, soprattutto in termini di programmazione territoriale e di sinergie sui servizi.

Non è pensabile presentarsi sulla scena globale con mille gonfaloni.

E non parliamo solo di accorpamenti: c’è un tema che riguarda le performance della Pubblica Amministrazione, su cui stiamo lavorando insieme alla Città Metropolitana.

Perché la semplificazione delle regole e la velocizzazione degli iter burocratici “cubano” punti di PIL.

Reindustrializzare vuol dire un territorio più sicuro

Diamo il benvenuto al nuovo Prefetto Valeri. E saluto gli esponenti della magistratura, il Questore e tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine presenti. Li ringrazio per il loro lavoro costante a difesa del sistema economico da infiltrazioni di ogni tipo.

L’emergenza pandemica e il PNRR sono occasioni ghiotte per la criminalità.

Su questo fronte non sono ammissibili disattenzioni.  Confindustria sarà sempre per la trasparenza e per i controlli. Non è solo una questione di onestà, ma anche di reputazione e responsabilità.

 Reindustrializzazione vuol dire la lotta alla rendita di posizione.

Un esempio? Il turismo incontrollato che nel periodo pre-crisi aveva assunto le caratteristiche dell’invasione. 10mila affitti turistici nel comune di Firenze, di cui quasi 8000 nel centro storico non sono sostenibili. Come non sono sostenibili 100mila presenze per chilometro quadrato! O troviamo il sistema di governare questi flussi, alleggerendo il quadrilatero romano, che rischiava di esplodere; o ripartirà la rendita più incontrollata e sommersa.

Vuol dire banche che restino imprese per le imprese.

Con la ripartenza, c’è da riscrivere il rapporto fra credito e mondo produttivo, anche alla luce dei movimenti che hanno riguardato i gruppi di riferimento territoriale. E del debito contratto dalle imprese per far fronte alle difficoltà, assistito da garanzie pubbliche.

La restituzione di quel debito va resa sostenibile; altrimenti rischia di stritolarle.

 Qualcuno si sarà stupito perché non ho ancora parlato di infrastrutture…

Ho detto in premessa che il tempo delle litanie sui ritardi fa parte di un’altra epoca.

Del resto: ha ancora un senso ricordare che il primo progetto di ampliamento di Peretola ha compiuto 70 anni? La ricostruzione guarda avanti.

Tuttavia parlare di reindustrializzazione del territorio prescindendo dalle infrastrutture, non è possibile.

 Non è possibile fare a meno dell’aeroporto, perché non si cresce nel mondo senza una porta internazionale. La procedura di autorizzazione della pista parallela, presentata nel 2014 e approvata nel 2019 è stata annullata dal Consiglio di Stato per un vizio di forma. E ora bisognerebbe ricominciare da zero. Lo ribadiamo: l’aeroporto è essenziale per lo sviluppo dell’intera Toscana. Chiediamo al Presidente Giani, al Sindaco Nardella e al Governo di fare tutto il possibile per rendere questa opera finalmente realizzabile.

 Non è possibile fare a meno della stazione dell’Alta velocità.

 Non è possibile fare a meno di interporti e di porti; e qui seguiamo con attenzione le vicende della darsena Europa, perché il porto di Livorno è il porto di Firenze. La logistica è il futuro di ogni sistema industriale.

 Segnalo solo tre questioni:

  • I cantieri perenni della FiPiLi e della Firenze-Siena che stanno paralizzando la mobilità di territori strategici per l’economia metropolitana; e hanno costi intollerabili in termini di sprechi di tempo e di sicurezza.
  • La tramvia a Osmannoro, perché l’area a più alto tasso industriale e imprenditoriale della Toscana deve essere interconnessa in modo adeguato. E avanti tutta sulle altre realizzazioni.
  • La banda larga, che deve raggiungere tutte le nostre aree industriali. La transizione 4.0 non può essere bloccata dalla mancanza di infrastrutture tecnologiche.

 

C’è infine la sostenibilità.

Il sistema industriale sta andando speditamente incontro a grandi transizioni; le principali riguardano il digitale e l’economia green.

Sono trend consolidati, che anche il nostro sistema produttivo sta percorrendo e sui quali dovremo accelerare, se vogliamo rimanere agganciati alle sfide della contemporaneità.

Ma questa trasformazione significa grandi investimenti per le imprese.

In questo senso, la Toscana deve sviluppare nuove partnership pubblico-private per diventare un laboratorio della diffusione del digitale e della sostenibilità, con al centro la crescita del manifatturiero.

Sostenibilità significa anche lavorare ad un piano regionale per l’economia circolare e la gestione dei rifiuti, che dia risposte anche sui rifiuti speciali delle imprese, sfruttando al massimo le sinergie tra pubblico e privato, e promuovendo la realizzazione degli impianti necessari e tecnologicamente appropriati, sulla base delle indicazioni comunitarie in materia, e delle migliori tecnologie presenti sul mercato.

La sostenibilità non è solo quella ambientale.

C’è la sostenibilità del welfare e dei servizi alla persona in un territorio dai bisogni sociali crescenti. Firenze può essere un modello virtuoso della silver economy. Ma senza una partnership con la sanità privata, il sistema non può reggere.


C’è un quinto moltiplicatore, che li riassume tutti: le partnership, la coesione e il dialogo sociale, per tradurre l’emergenza in azioni.

Come partnership intendo una sinergia più forte fra pubblico e privato per dare ali e concretezza alle realizzazioni. E intendo anche il rafforzamento di quelle partnership fra settori economici-chiave della nostra economia che possono moltiplicare il business delle imprese: penso al rapporto con il mondo della grande distribuzione organizzata che in questi anni ha consentito alle nostre eccellenze agroindustriali di sviluppare volumi rilevanti.

Un rapporto che deve proseguire nell’ottica della valorizzazione delle nostre tipicità.

Ma che è pure un esempio di successo di economia circolare.

 

Ma c’è anche la coesione sociale.

Nella sua relazione all’assemblea di Confindustria, il Presidente Bonomi ha detto una frase che mi sono appuntato: <<Non è più il tempo di cullarsi in vecchie verità pregiudizionali, ma di decidere di scegliere di cambiare. Di fare le scelte giuste per far crescere l’Italia nel mondo.

La cosa più difficile della vita è capire quale ponte devi attraversare e quale ponte devi bruciare.

Perché cambiare è difficile. Ma non cambiare, per l’Italia, è fatale>>.

Questo cambiamento ha bisogno di “ponti” fra corpi intermedi e di un forte consenso sociale. Ha bisogno di una “società densa”, che non lascia fuori nessuno.

Non sono un nostalgico dei riti della concertazione; ma del dialogo sociale sì.

Sappiamo di dover aggiornare i contenuti del patto sociale che sta alla base del nostro sistema di relazioni. E di abbandonare ogni residua tentazione corporativa; ogni individualismo; ogni sindrome da fortino. Senza alcuna pretesa di sostituzione o di surroga, ma in un’ottica di vera complementarietà, vogliamo mettere a disposizione risorse e progettualità per la valorizzazione di tutti gli asset distintivi del territorio, a partire dal capitale umano.

 Oggi occorrono reti: reti fra corpi intermedi. Reti con le economie urbane paragonabili alla nostra, con cui fare squadra e costruire sinergie.

 Bene il lavoro con Venezia avviato dal sindaco Nardella. Firenze e Venezia sono fra le realtà che più hanno risentito della crisi; ed è giusta l’idea di rilanciare il tema di una Legge Speciale. 

 E non dimentichiamo che in Italia le uniche due città metropolitane confinanti sono Firenze e Bologna. Due realtà paragonabili, in termini demografici ed economici; due economie manifatturiere che esprimono eccellenze complementari; dove sono presenti università importanti e fondazioni bancarie storicamente legate al territorio.

Le sinergie sono possibili e il lavoro è già stato avviato dal sindaco metropolitano. Noi saremo convinti al suo fianco.

Poi c’è il ruolo della Camera di Commercio, come casa delle imprese. Saluto l’amico e collega Presidente Bassilichi.

 C’è il ruolo della Fondazione. Che ha abbandonato la funzione di “ente erogatore” passando a quella di “istituzione filantropica contemporanea alle sfide e ai bisogni delle comunità di riferimento”. L’attività erogativa è vista finalmente come un investimento sul territorio. E la misurazione del ritorno sociale e del rendimento duraturo divengono elementi fondamentali nei progetti.

Con la Fondazione riprenderemo da subito il nostro progetto sullo studio delle nuove professioni.

 


Mi avvio alla conclusione.

<<Una città per competere ha bisogno di ali e di radici>>: questa sintesi del sociologo tedesco Beck descrive le sfide che ha di fronte la nostra Città Metropolitana.

Il rinascimento di Firenze non è quello alle nostre spalle: è quello che abbiamo davanti.

Con la manutenzione del passato – che poi è la rendita – non andremo da nessuna parte.

Sarà un percorso impegnativo. Impegnativo per la politica, di cui riconosciamo il primato.

Ma sono preoccupato per il clima che si respira nel Paese. Che prende a pretesto l’elezione del Capo dello Stato per introdurre nuovi elementi di rottura e litigiosità.

È il clima più ostile allo sviluppo.

Ma accanto alla politica, c’è una responsabilità plurale che riguarda tutti.

Si deve uscire dalla visione ristretta degli interessi particolari e mettersi in gioco. Anche questo è il cambio di passo che serve.

Puntiamo sulla centralità della crescita; sulle attività economiche e la nuova imprenditorialità; sull’attrattività. E puntiamo sui giovani, sulle donne, sulle nuove professioni, sulla flessibilità.

Con i sindacati c’è stata la firma dell’avviso comune il 29 giugno.

Il ritorno a un clima unitario è essenziale per il lavoro dei prossimi mesi.

Da noi questo clima di collaborazione non è mai venuto meno.

Un terreno di confronto continuo è stata la gestione delle crisi aziendali, che sono l’effetto – economicamente più rilevante e socialmente più costoso – del cambio di paradigma.

Anche in questo caso la parola d’ordine deve essere re-industrializzare: agire cioè sulla base delle reali prospettive industriali e di mercato. Senza lasciare indietro nessuno.

Siamo consapevoli dell’impatto sociale rilevante – spesso rilevantissimo – di alcune crisi aziendali sui territori. Ma siamo consapevoli anche che l’occupazione si tutela soltanto se è supportata da piani industriali di rilancio sostenibili.

Abbiamo voluto dare il senso del “fare insieme” con il tangram che vedete nello sfondo.

Esprime la visione e la cultura del fare squadra. È quello che dobbiamo fare perché la ripresa possibile divenga reale.

 La gravità della situazione esige una presa di coscienza di tutti gli attori sociali; tra i quali i giovani hanno un ruolo primario, perché le conseguenze delle nostre azioni li toccheranno in prima persona.

<<Nessuno può restare fuori dai luoghi in cui si genera, non solo il futuro, ma il presente di tutti. Bisogna far crescere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, cambiare stili di vita, modelli di produzione e di consumo. Senza fare questo, non faremo nulla.

O saremo coinvolti; o la storia ci passerà sopra>>.

Non ho citato un economista. Ho ricordato quello che il Papa ha detto ai giovani ad Assisi.

Vale per tutti.

Il nostro progetto può fallire nella delega e nell’indifferenza!  

Nella volontà di stare al riparo dai rischi. Nella mancanza di coraggio di capovolgere quel tavolo su cui si adagiata la polvere di un modello di sviluppo superato; di una pianificazione inefficace; di tante rendite di posizione, anche quelle economiche, che sono le peggiori.

È una strada impegnativa. Ma non ci fa paura. Perché è l’essenza del nostro mestiere di imprenditori.
Il mestiere di chi accetta ogni giorno sfide nuove. Di chi progetta il domani, pensando al dopodomani.

 

Io sento – come voi – il peso e la responsabilità di questa stagione. Ma la vivo come una sfida straordinaria. Non c’è sfida più grande per un imprenditore, ma anche per un cittadino, che stare in prima linea, assumendosi il rischio di ricostruire il futuro del proprio territorio, dei propri figli, dei propri nipoti.

Il futuro insieme!